la casa del baco...

v 3.0

L'albero del gelso

 

L’albero di gelso è stato importato dall'Oriente proprio per l'allevamento del baco da seta ed è considerato l'albero della sapienza. I suoi frutti, le more contengono ferro  arriva a misurare 10-20 metri di altezza. In Italia sono diffuse principalmente due varietà di albero,  il gelso bianco, botanicamente conosciuto come Morus alba e il gelso nero, conosciuto come Morus nigra. L’albero di gelso (bianco o nero che sia), non ha bisogno di molte cure e si può facilmente coltivare in giardino per la produzione delle more, frutti composti.

Le proprietà del Gelso

 

Il gelso, oltre che per l’aspetto legato ai bachi da seta,

è coltivato per i suoi frutti, considerati particolarmente gustosi e ricchi in principi nutritivi. Gli usi medicinali dei frutti di gelso i sono decantati da Plinio che narra che presso i Romani i frutti acerbi del gelso nero, portati addosso, arrestavano le emorragie; mentre quelli maturi, uniti a miele, agresto secco, mirra e zafferano, davano un medicamento che veniva consigliato per combattere il mal di gola e i disturbi di stomaco. Notizie delle proprietà medicamentose del gelso si trovano anche nella medicina tradizionale cinese, dove viene considerato epatoprotettore, rinforzante delle cartilagini, diuretico e normalizzatore della pressione sanguigna

 

LA LEGGENDA DEL GELSO

 

Piramo e Tisbe erano due giovani babilonesi bellissimi, e vivevano in case attigue, pertanto si conoscevano fin da quando erano bambini.

Crescendo sentivano ogni giorno di più un’attrazione reciproca, che non tardò a trasformarsi in un forte sentimento d’amore.

Purtroppo non avevano la possibilità d’incontrarsi perché i loro familiari lo vietavano.

Tuttavia i due giovani scoprirono che nella parete comune alle loro abitazioni c’era una piccola fessura della quale nessuno si era mai accorto.

“Che cosa -osserva a questo punto Ovidio- non scopre amore?”

Attraverso quella fessura i due giovani si scambiavano spesso le loro confidenze. A volte la maledicevano perché era molto stretta, altre volte la benedicevano perché permetteva almeno lo scambio di parole amorose.

Dopo tanto tempo, non sopportando più quella situazione, decisero di allontanarsi di notte dalle loro case per incontrarsi presso una fonte vicino alla quale cresceva un gelso bianco (allora i gelsi producevano soltanto frutti bianchi).

Tisbe giunse per prima e si sedette in attesa che arrivasse Piramo.

Mentre attendeva vide avvicinarsi una leonessa e, presa dal terrore, andò a rifugiarsi di corsa in una grotta lasciando cadere a terra il velo nel quale era avvolta.

La leonessa, che aveva già dilaniato una preda , lacerò il velo macchiandolo con la bocca sporca di sangue e, dopo aver bevuto alla fonte, ritornò nella selva vicina.

Quando giunse Piramo non trovò la fanciulla amata e, vedendo per terra il velo insanguinato, si convinse che la sua dolce Tisbe era stata sbranata da una fiera.

Preso dal rimorso per averle dato appuntamento in un luogo tanto pericoloso, raccolse il velo di Tisbe, lo baciò più volte e pianse su di esso. Infine, sopraffatto dal dolore, prese il pugnale e si uccise sotto il gelso.

Il suo sangue, assorbito dalla terra, raggiunse le radici dell’albero e salì attraverso la linfa fino a tingere di rosso i frutti. Poco dopo, Tisbe, cessato il pericolo, tornò indietro per non mancare all’appuntamento con Piramo e, con grande sgomento, vide a terra il corpo dell’amato.

Allora si avvicinò a lui e gli disse piangendo:” Piramo, quale destino ti ha strappato a me? Piramo, rispondi, la tua carissima Tisbe ti chiama”.

Nel sentire il nome di Tisbe, Piramo alzò gli occhi già gravati dalla morte e, dopo averla guardata, li chiuse per sempre.

Tisbe prima lo pianse a lungo strappandosi anche i capelli, poi, prese il pugnale di Piramo e si trafisse il petto.

Prima di morire la fanciulla espresse due desideri: che il gelso da quel monumento producesse soltanto frutti scuri, in segno di lutto per quell’ amore sfortunato, e che i genitori di entrambi, dopo averli separati in vita, almeno li lasciassero vicini da morte collocandoli nella stessa tomba.

Gli dei –dice il poeta- esaudirono il primo desiderio e i frutti del gelso cambiarono colore; i genitori dei due giovani esaudirono l’altro e almeno nella morte Piramo e Tisbe rimasero sempre uniti.

 

 

La storia della farfalla

 

Un giorno un contadino, riposandosi sotto un’ombra al termine di una giornata sfiancante, si accorse di un bozzolo di una farfalla. Il bozzolo era completamente chiuso ad eccezione di un piccolo buchino sulla parte anteriore. Incuriosito, il contadino osservò attraverso il piccolo buchino, riuscendo ad intravedere la piccola farfalla che si dimenava con tutte le sue forze.

 

Il contadino osservò a lungo gli sforzi eroici dell’elegante bestiolina, ma per quanto la farfalla si sforzasse per uscire dal bozzolo, i progressi apparivano minimi. Così, il contadino, impietosito dall’impegno della piccola farfalla, tirò fuori un coltellino da lavoro e delicatamente allargò il buco del bozzolo, finché la farfalla poté uscirne senza alcuno sforzo.

 

A questo punto accadde qualcosa di strano. La piccola farfalla, aiutata ad uscire dal bozzolo, non aveva sviluppato muscoli abbastanza forti per potersi librare in aria. Nonostante i ripetuti tentativi, la fragile farfalla rimase a terra e riuscì a trascinarsi solo a pochi centimetri dal bozzolo, incapace di fare ciò per cui la natura l’aveva fatta nascere. Il contadino si accorse del grave errore fatto ed imparò una lezione che non dimenticò per il resto della sua vita:

 

“Attraverso le difficoltà la natura ci rende più forti e degni di realizzare i nostri sogni.”

 

 

é nata una falena....

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